Incontri

A volte succede e non è mai per caso.

A volte ci attacchiamo a cose stupide, perdiamo di vista quelle che davvero contano, come essere in vita ed in buona salute. Ci sono coincidenze che ti schiaffeggiano come per dire «oh! Ma dove cazzo stai perdendo la testa?», e quando accade, li chiamo schiaffi di vita.

Tempo fa, tra il silenzio ed il rumore dei miei turni di notte illuminati dalla tipica luce blu dei reparti, mi faceva compagnia un giovane paziente. Combatteva contro il suo cancro. Durante i tre mesi di ricovero si avvicinava sempre più a me, discretamente e poco alla volta, con una scusa o per tenersi e tenermi compagnia. Mi accorsi che stava crescendo un’amicizia con un vero e proprio scambio intellettuale. Sconfinava in discorsi che andavano al di fuori le mura dell’ospedale e delle malattie. A volte capitava si parlasse di lui, del suo cancro e del suo corpo che, poco alla volta si deteriorava. Non camminava nemmeno più e con le sue braccia forti spingeva la carrozzella per gironzolare di notte nel reparto sino alla mia medicheria e restare con me.

“Sapevo di trovarti, fai la notte» disse

« E come fai a saperlo?»

«Dal rumore delle tue scarpe, sono una compagnia i tuoi passi».

Era come un ombra, quando qualcuno moriva me lo ritrovavo nel corridoio in lacrime sulla sua sedia.

«Non ce la fatta Frà?» – «No» gli rispondevo mentre lui piangeva, dopo si spingeva sino al letto del defunto, magari era diventato suo amico, e gli sussurrava una preghiera. Abbracciava i suoi familiari e se ne stava li a disperarsi per quella perdita e, forse, per la paura di morire.

«Dio mio, Frà! Io amo cosi tanto la vita, non voglio morire. Moriró?»

«E con chi hai parlato?» gli risposi e si finiva per ridere. Mi ha trasmesso tutta la sua paura e mi ha donato stima e riconoscenza raccontandomi la sua visione di me. Sempre.

Fu dimesso; non era in buone condizioni e persi di vista l’evoluzione della sua malattia. Non l’ho rivisto nemmeno dopo aver lasciato i turni di notte. Ogni tanto in questo anno pensavo alla sua compagnia notturna, ai suoi gesti pietosi verso il prossimo, soprattutto verso chi era in difficoltà ad affrontare economicamente una malattia.

“Chissà come è andata a finire… sicuramente sarà morto.. “, pensavo a volte.

Ed è così che uno schiaffo di vita mi è arrivato l’altro giorno, quando un ragazzo alto, ben vestito, con passo veloce mi veniva incontro sorridendo «Tu! Non mi stai riconoscendo! No!No!» diceva mentre il suo indice andava a destra e sinistra, ed invece l’ho riconosciuto poco dopo e non oso immaginare la mia faccia innanzi a tanto stupore! Ho fatto fatica a contenere lo stupore, ma sicuramente avevo la faccia di un ebete. (Sono un po’ stitico a manifestare le emozioni nella realtà).

Era proprio lui, il mio amico-paziente notturno che mi seguiva dappertutto mentre lavoravo.

Stava bene. Sorrideva e camminava. Era un sole raggiante. Cazzo! (e scusate) la sedia a rotelle non serviva più.

Uno schiaffo di vita.

A breve ci incontreremo per un caffè, sarà l’occasione giusta per consegnargli una foto. Sento che devo farlo.

E questo per me è il secondo, il primo così forte risale a vent’anni fa quando vidi una giovane donna in coma da sei mesi a causa di una malattia autoimmune altamente mortale e la rincontrai un anno dopo, mentre si dirigeva a far visita al suo medico. Il coma subentró proprio davanti ai suoi occhi mentre le parlava…

… e lei andó a trovarlo, teneva per mano i suoi due figli.

«Come ti senti?» un mare di medici e infermieri la festeggiava.

«An-co-ra un po’ con-fuuusa» rispose con voce spastica ed il viso contratto, come se fosse muta e si sforzasse per farsi capire benissimo. Poco dopo, ascoltando vari racconti e guardandola in viso, capii – caspita! era proprio lei- la ragazza in coma incrociata sei mesi prima.

Adoro questi schiaffi di vita

Cancellano tutto….

Buonanotte con i miei pensieri sparsi in un giorno di sera. Di mezza estate

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