Giochiamo a carte

Ho imparato a conoscerti giocando a carte con te in questi anni.

Ho perso davvero il conto di quante volte ci siamo fatti una bella partita e a qualsiasi ora in cui sapevo sempre del tuo arrivo, non eri mai una sorpresa.

«Ah, eccoti» purtroppo o finalmente.

«Credo di essere in leggero anticipo, partita?» «E partita sia, siediti»

Ci siam seduti faccia a faccia con lo sguardo fisso negli occhi dell’altro, ormai ero abituato alla tua presenza. Osservavo il tuo modo di mescolare le carte, studiavo le tue mosse per cercare di capire con quale carta potevo fregarti. Non era in quel mazzo. No.

La carta vincente si trovava nella stanza accanto ed una in particolare ti ha fregato alla grande. Aspettavi il momento giusto per alzarti, abbandonare la nostra partita e finire il tuo lavoro altrove ed Invece quella volta ti è andata male.

«Ma come mai sei ancora qui?» ti chiesi «Non lo so nemmeno io, ormai sono mesi che aspetto credo sia il arrivato il momento di andar via»

«Secondo me si, altrimenti questa partita non finisce e sinceramente sono parecchio stanco di giocare con te»

«Calma ragazzo, questa non è la tua partita, decido io»

Chissà cosa è stato a cambiare i tuoi piani dopo che sei arrivata cosi vicina per rapire il suo respiro. Forse non eri desiderata nonostante le innumerevoli situazioni che aprivano il passaggio per farti passare ed arrivare a chi, in modo così evidente agli occhi di tutti, potesse non farcela. Ti ha fottuta.

Forse ti abbiamo fottuta tutti perchè conoscendoti meglio ad ogni partita, quella volta, ad ogni lancio di carte sussurravo per la prima volta alla carta della speranza senza farti ascoltare la mia preghiera (È troppo giovane, vai via per questa volta. Vai via)

«Non riesco a capire perchè sono costretta ad andarmene questa volta.

«Eppure so che devo essere qui, qualcosa non va. Dov’è l’inganno?»

Ah! Come godevo innanzi alle tue insicurezza. La tua certezza era un’incertezza, la tua missione una perdita di tempo e l’orologio a pendolo che scandiva tutte le attese del mondo si fermava.

«Sei sicuro di non aver barato questa partita?» mi chiedevi sconcertata «No, in questa non ho barato, non ho mai barato in nessuna»

Oppure si, forse ho barato la mia partita con te quando quel giorno un po’ stanca mi hai chiesto «Tieni, prendi tu il mazzo di carte e mischiale»

Le ho mischiate a modo mio sussurrando alla carta della felicità, dell’egoismo, dell’entusiasmo, del perdono, dell’amore. Della vita. Ti sei distratta per l’abitudine di giocare con me senza prestare attenzione che quella partita in quel caso fosse realmente mia.

E quelle carte me le sono portate da questa parte. Le ho rubate a te che sei la morte.

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