La promessa

«Mi prometti che…»
Una promessa é un nodo che viene stretto e a Davide non gli era mai capitato di promettere qualcosa perché aveva paura o forse non aveva mai trovato di fronte qualcuno da sentire di poter promettere. Una promessa non è come l’amore poichè esso muta e a volte muore, una promessa ha una valenza più forte, si avvicina ad una unione molto più profonda di quella fatta in matrimonio. È più intima.
Un pomeriggio come era loro abitudine Davide ed Emma si trovarono a consumare la loro solita merenda e come sempre i loro discorsi si intrecciavano così come le loro menti con le loro circonvoluzioni si erano intracciate da sempre. Ormai dicevano la stessa parola nello stesso momento, avevano lo stesso pensiero nello stesso istante, ridevano per le stesse cose da una vita. Erano amici da trent’anni ma nessuna passione o matrimonio aveva mai raggiunto un tale legame nelle loro rispettive vite. Percorrevano due strade parallele, ognuno con ció che desiderava e incrociava nella propria vita ma Emma e Davide sono sempre esistiti e sempre rimanevano per la perdita che ogni tanto accadeva nella vita di ognuno.
Per la loro natura le persone accettavano la presenza dell’altro perché sapevano quali erano i modi giusti per rimanere ancora, il rispetto, la discrezione e l’attraversare il mondo dell’altro con passi che mai nessuno era in grado di compiere mettendo da parte le trappole del possesso cui molto spesso si cade. Tu sei mio e di nessun altro, inesistente nei loro istinti come anche la gelosia, quella disumana.
Davide ormai era un neurochirirgo affernato, la sua scorza affettiva gli permetteva di aprire qualsiasi testa avesse bisogno di essere aggiustata, come un meccanico. Emma era la psicologa ed anche lei come l’amico di sempre aggiustava teste ma senza aprirle. La testa con la sua mente era quello che sempre gli aveva uniti, avevano lo stesso credo nelle tante religioni dell’umanità, cose che concepivano e capivano loro due e di essere strani furono sempre etichettati, cose spicciole per entrambi.
Davide mai avrebbe immaginato che un giorno avrebbe aperto la testa di Emma. Tutto ad un tratto il suo essere di ghiaccio scomparve e fu così che in quel pomeriggio, durante la loro solita merenda accadde qualcosa.
«Emma! Mi spiace ma io non posso farlo!» disse Davide mentre si accendeva la sua sigaretta senza nemmeno guardarla negli occhi.
«Non puoi!!? Come non puoi? tu devi, me lo devi! Sai cosa vuol dire se lo facesse qualcun’altro? Lo sai? Te lo devo ripetere?» disse Emma bombardandolo con la sua flebile voce che cambiava di giorno in giorno. Quelle domande erano come un trapano, lo stesso che il suo amico usava per aprire teste e questa volta era proprio lei a farlo alla sua ma con i suoi modi e sempre ci era riuscita.
Davide sapeva benissimo i rischi a cui si andava incontro con l’intervento, Emma aveva un’altissima se non certa probabilità di rimanere tetraplegica, tracheostomizzata e allettata per molto tempo oppure il resto della sua vita. Dipendente da tutti, per tutto. Lei che é sempre stata dinamica, bella, elegante, invecchiata con grazia mai avrebbe permesso di terminare la sua vita così.
«Allora?» domandava Emma.
«Dunque analizziamo, le possibilità di riuscita sono nulle, lo sappiamo, la via d’uscita é la stessa quindi é semplice: non ti opero! Ok?»
«Non é tanto la via d’uscita che mi spaventa ma in che modo avvenga, chiaro il concetto?» ribadiva Emma sistemandosi lo scialle dopo aver sbattuto il suo libro sul tavolo, quello delle poesie di Hikment che sempre ultimamente aveva tra le mani.
Davide stringeva le labbra, un po’ per dolore un po’ per rabbia ma poi si voltó per osservarla e vide il suo volto implorarlo, quel viso stanco e pallido con gli occhi profondi che custodivano l’azzurro di sempre che quasi erano trasparenti per il riflesso dei lunghi capelli bianchi lo pregavano e le sue braccia lunghissime tese per un abbraccio aspettavano la sua risposta e Davide si alzó per farlo. Era dipendente dei suoi abbracci, lo erano entrambi.
«Vieni quì testone» sussuró Emma
«Perché io? Perché devo fare questo?» chiedeva Davide
«Come perché!!? E te lo chiedi pure?!!» disse sorridendo Emma come per burlarlo « E tutte le tue teorie del cazzo che nulla é a caso dove sono andare a finire?» e ridevano perché le parolacce sulla bocca ad Emma non erano mai volgari, anzi facevano parecchio ridere senza farle perdere stile ed eleganza, uscivano senza preavviso ed avevano più effetto quando tra loro i discorsi prendevano un tornante troppo serio talvolta angosciante.

Era un giorno di maggio, l’aria primaverile annunciava la prossima estate e Davide osservava lo scenario dalla finestra del suo studio. Di sopra preparavano Emma sul tavolo operatorio, la stavano addormentando. Si erano salutati poco prima ma lei era nel mondo dei fiori della morfina ma tuttavia Emma ebbe la forza di tornare da quel mondo per salutare il suo amico con il suo solito abbraccio. Lui se ne stava per andare ma il suo sguardo non si staccava da lei mentre le stava per dare le spalle con passo lungo e fermo ma si bloccó non appena vide alzarsi le braccia di Emma che gli diceva con parole e gesti «Ehi tu!! Vieni qua» e subito si precipitó per abbracciarla. Era tornata un attimo solo per lui e si erano sussurrati ancora una volta il classico ti voglio bene.
Davide si trasforma, si congela, si blinda nel suo mondo privo di emozioni. Dimenticó per otto ore d’intervento che quella non fosse la testa di Emma tranne la sua promessa mentre il trapano affondava nell’osso e poi la magia, la visione e l’estasi del faccia a faccia con la parte del corpo, custode dell’infinito.
«Dignità, promettimelo»
«Sarà fatto Emma, giuro»
Davide non lasció nessuna chance alla possibilità di far uscire dalla sua sala operatoria Emma, la sua amica, come un vegetale per settimane o mesi, con il respiratore, con i frullati, con i propri bisogni primari addosso, con le piaghe che sarebbero arrivate. Se ne andó sotto le sue mani. Non per mano sua. Il finale lo conoscevano benissimo entrambi soprattutto Davide che sapeva bene cosa doveva adare a toccare.
Era una promessa, quelle si fanno solo se si è sicuri di mantenerle, solo se sentite, solo per una delle infinite facce dell’amore che a volte, sempre per immeso amore, si abbraccia con la dignità.
——-
Da dove nasce questo racconto? Da mille storie, quelle mai sentite, quelle che a volte ti fermano per un braccio e ti dicono
«Sono stanca, sono sette mesi che sono chiusa in questa stanza, fammela qualcosa in modo che sia veloce, se io fossi tua madre non me la faresti un’iniezione per liberarmi?»
«Se tu fossi mia madre non me lo chiederesti, poiché il volto di un figlio tiene ancorati alla terra e viceversa per una madre che vede sul letto della fine il proprio figlio, una madre lo imboccherebbe e gli cambierebbe il panno come ha fatto quand’era bambino per tutto il resto della sua vita»
«Giusto»
Ci crediamo guerrieri della vita, sbadieratori vittoriosi di battaglie vissute come guerre ma innanzi alla signora luce non c’é bandiera da innalzare né da sventolare, solo un’arma: il coraggio l’impavidità.

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