L’impalpabile

Un volta avevo una luce che mi è stata rubata in un giorno di caldo.
Avevo un desiderio consegnatomi da qualcuno «Tieni, realizzalo tu per me».
Avevo carezze da dare con queste mani che non ho saputo dare, si sono disperse nel vento e nel tempo, quello maledetto, sporco, quello che scorre senza giusta causa con azioni improprie.
Avevo un compito che non ho mai portato a termine per quante e tante volte la risoluzione mi sia capitata innanzi più volte in questo viaggio, scivolava via e non si riusciva a fermare.
Ho un viaggio da compiere ancora, tra le mille ombre e l’unica luce dalla quale tutte dipendono per il furto umano compiuto e che, mi ha trasformato nel demone ribelle dipendente dalla luce e dalle ombre. L’alternarsi delle mie stagioni. Qual’è quella forza misteriosa che ci fa sbagliare varcando i confine della penombra? La ragione. Quando incontra il cuore allora tutto è compiuto, le cose rubate ritornano e si rivive, i desideri assegnati si avverano e le mani parlano un linguaggio sincrono ai propri occhi e tutto il resto del corpo. Tocca riniziare da capo per una nuova vita che, forse, non è stata mai del tutto assaporata nella sua vera essenza sacrificando momenti e istanti, verità e bugie. Un falò necessario.
Ho ancora una vita da vivere, mattine da assaporare e mari in cui tuffarmi con un corpo nuovo. Ho ancora un viaggio da fare, da compiere e lo percepisco quando la luce mi accarezza. Sempre infurierò al morire della luce poichè non ci saranno più ombre da ammirare, amare, travolgere e disfare come corpi dopo esser stati attraversati e non me ne andrò docile nella mia buonanotte.

“Non andartene docile in quella buona notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
infuria, infuria, contro il morire della luce.
Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
perché dalle loro parole non diramarono fulmini
non se ne vanno docili in quella buona notte.
I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.
Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
s’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.
E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce”
DYLAN THOMAS – Maggio 1951

Lettere dall’inferno – Francesca scrive a Paolo.

“La sua mano aveva afferrato al volo il suo foulard, era lieve, impalpabile come un alito di vento, profumava di lei e di quella notte d’estate, che nessuno dei due avrebbe dimenticato. Per ciò che era stato e per ciò che non sarebbe potuto più essere”

Infuriate, infuriate…

Bruciate.

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